L’uomo attraversa la crisi del sé

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L’antropologia apre nuovi orizzonti alla conoscenza dell’uomo.

Più scopriamo perché siamo ciò che siamo, più ci accorgiamo che l’uomo in cambio di un dominio assoluto sulla Terra è andato perdendo pezzi di sé. Oggi che stiamo vivendo una crisi esistenziale a livello planetario, mascherata da crisi economica, non riusciamo ad affrontare il grande problema del senso della vita, di chi siamo veramente. Non sentiamo più le piste energetiche della crosta terrestre che gli Aborigeni ascoltavano. Millenni dopo, gli Egizi hanno disimparato a costruire le piramidi; abbiamo inoculato nel mito di Atlantide il dubbio che non è poi così scontato che l’uomo viva meglio evolvendosi.

Il famoso detto “moglie e buoi dei paesi tuoi” rappresenta un “modus vivendi” che ha paura del nuovo e del diverso; un tentativo fallimentare di difendersi dalla contaminazione di geni e di pensieri fuori dalla nostra logica. Eppure la Grande Storia ci ha insegnato che solo dal vigore ibrido e sconosciuto nasce il miglioramento nella natura, come negli uomini.

Così ci raccontano gli antropologi: dalla femmina minuta di Homo Sapiens del Corno d’Africa che si accoppia con il Neanderthal gigantesco e biondo dei laghi prealpini, sarebbe nata, millenni dopo, la Firenze dei Medici. Lei: piccola, con la pelle scura e una grande voglia di esplorare, ha cominciato a suonare per lui zufoli ricavati dalle ossa cave degli uccelli, a disegnare sulla pietra e a formulare parole immateriali. Lui: stanziale, alto e bianco, l’ha vista arrivare un giorno sul suo lago morenico e per lei si è specializzato nel dominio del territorio e nell’arte della sopravvivenza. Una mente superiore, Gaia, la Natura, li ha selezionati per accoppiarsi oltre 30.000 anni fa e produrre ibridi fertili destinati a dominare il pianeta e a sentirsi, forse, meno soli.

E se questa è la storia che oggi ci raccontano gli antropologi, a me piace pensare che in una notte gelida, guardando incantato il sole tramontare e terrorizzato all’idea  che il giorno non tornasse più,  Neanderthal  fu preso per mano dalla giovane Homo Sapiens. Nella caverna non ci fu più alcuna paura, ma mute parole d’amore e individui senza sospetti.

Dopo secoli e millenni, attraverso le lettere d’amore trovate da Nicoletta Pomadia tutto sembra perpetuarsi:

Come un paziente per me sei malattia e cura. Come un trapezista senza rete volteggio intorno a te. Come un alieno ti aspetto nel tunnel spazio-tempo dell’amore assoluto. Come un antico templare non ho altro destino all’infuori di te. Come un alchimista per me tu sei la pietra filosofale. Come per un tuareg hai le qualità del miraggio: non dubito tu ci sia, ma ho l’impressione tu possa svanire da un momento all’altro.”

Ida Poletto

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